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denominazione speleologica: Grotta dell’alpe Ovaghe riferimenti catastali: 2516 PI.VC ubicazione: Valsesia, Comune di Varallo, frazione Camasco, Valle Rio pianale, Monte del Camossaro posizione geografica: carta IGM 1:25.000, foglio 30 I SO, Sabbia coordinate: 4° 08’ 50” long. ovest; 45° 51’ 25” lat. nord; UTM 32T MR 46257862 quota: 980 m via di accesso: da Varallo, in Valsesia, raggiungere Camasco e la frazione Corte. Attraversare il ponte sul Rio Pianale prendendo la strada regionale, in terra battuta, per il Colle del Ranghetto. Dopo qualche centinaio di metri la strada è chiusa da una sbarra. Uno slargo in terra consente di parcheggiare la macchina. Dalla parte opposta della strada imboccare un sentiero che scende a guadare il Rio Pianale. Rimontare, su sentiero, la sponda destra orografica del torrente. Dopo circa 10 minuti dalla macchina attraversare un torrentello. Continuando nella salita dopo 5 minuti si incontra un secondo torrentello. Rimontarlo per una decina di minuti, lasciare il torrente e risalire il ripido pendio della sponda destra orografica fino ad incontrare un salto di roccia. Alla sua base si apre l’ingresso della grotta. L’ingresso grotta è costituito da un cunicolo da percorrere a carponi o strisciando. Al termine del condotto si perviene ad una ampia sala. Il pavimento è cosparso da massi caduti dalla volta. Sulla volta, nella parte nord, si notano fratture che probabilmente hanno dato origine alla grotta. Nella parte sud esistono fratture impraticabili. Solo nella parte più meridionale speleologi di Biella hanno disostruito un cunicolo che procede per parecchi metri. Il suo accesso e la sua esplorazione è indubbiamente riservata a speleologi esperti. Come si esce dal cunicolo nel salone conviene lasciare un segnale (ometto di sassi) per essere sicuri di ritrovare il cunicolo quando si intende uscire dalla grotta. . Qualche tempo dopo la sua scoperta la grotta è stata visitata da don Luigi Ravelli parroco di Foresto, alpinista e valsesiano d’antico ceppo, autore nel 1924 (Stabilimenti Tipografici E. Cattaneo -Novara-) della “Guida della Valsesia e Monte Rosa”, guida che ancora adesso è di riferimento per gli escursionisti che frequentano la Valsesia. . Ecco come Ravelli racconta la sua visita nel libro “Per Valli e Monti”: “Era il mese di gennaio: tre cacciatori inseguivano una volpe per i boscosi valloncelli del Ranghetto, quando, presso l'alpe Ovaghi, l'animale si tolse agli occhi degli inseguitori, per infilare uno stretto cunicolo aperto nella roccia. II tre cacciatori tornarono in paese, narrarono il fatto e al mattino della Candelaia risalivano in dodici alIa tana e felicemente ne compivano la prima entrata. Erano della comitiva i fratelli Giacomo, Giuseppe, Giovanni Costa; i fratelli Giuseppe, Giulio, Riccardo Caula; Cesare ed Oreste Riccotti; Galletti Battista; Cesa Pietro, Regaldi Gaudenzio ed un altro il cui nome mi è sfuggito. Scoperta la grotta accorsero i visitatori e tra gli altri ci fui anch'io. Lunedi, 21 febbraio, dopo aver promesso all'autorità di nulla asportare dalla grotta, prendo la strada del Ranghetto, tutta sepolta sotto la neve, salgo all'alpe Ovaghi distante un' ora circa dal paese, scendo pel prato una ventina di metri, svolto a destra sotto una balma, ed eccomi presso la forra. Sono quassù solo soletto. In sulle prime, per quanto io non sia un fenomeno di pinguedine, la sola idea di internarmi in quel budello lungo 15 metri mi affanna il respiro: la curiosita però vince la perplessità ed eccomi nel cunicolo. Ventre a terra, la faccia nella creta vischiosa, avanzo lentamente, strisciando a forza di gomiti e, quando questi non possono funzionare per la ristrettezza del sito, sono Ie punte dei piedi che fanno da propulsori. A metà cammino il budello si allarga d'un tratto formando una piccola botola alta 80 cm per due metri di lato: poi si restringe nuovamente e più di prima, finchè abbassata Ia testa ed incurvato il corpo sotto una forca. Caudina riesco nella sala. È dessa un piano inclinato, lunga una quindiclna di metri per cinque di larghezza e di altezza. II suolo, seminato qua e cola da ossa spolpate di polli e capretti, vittime delle volpi, e formato da un pietrame siliceo tutto sfasciato. Parte della volta e delle pareti è corazzata da un leggero strato calcare d'un brillante assai pronunciato, mentre qua e colà pende qualche piccola stalattite. Dalla parte superiore della sala per una stretta apertura, si entra in una saletta, ove, su di un magro deposito di creta, van maturando alcune stalagmiti, Ie uniche di tutta Ia grotta. Altro nulla di rimarchevole, per cui rifaccio faticosamente il cunicolo ed esco dalla buca con la promessa di non più ritornarvi. Una tana di volpe... non merita certo due visite.”
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